Quando i bulli sono in ufficio…

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Si parla molto di bullismo e cyberbullismo oggi, soprattutto nelle aule e fra i giovani, ma sfortunatamente, il fenomeno non si limita ai banchi di scuola e all’età adolescenziale. Non è difficile, infatti, imbattersi in tristi episodi di questo tipo anche fra le scrivanie in ufficio. E se è vero che gli esami non finiscono mai, è anche vero che altre vicende si possono ripresentare sulla nostra strada quando uno meno se lo aspetta.

Sul bullismo e sui risvolti psicologici che esso comporta, molto si è scritto e molto si è detto, analizzando il fenomeno e le sue conseguenze sia dal punto di vista di chi lo subisce che di chi lo perpetra. Non fa eccezione il mondo del lavoro dove, secondo ricerche condotte negli Stati Uniti, la percentuale di soggetti coinvolti, vuoi come testimone, vuoi come vittima, raggiunge livelli preoccupanti (si parla di oltre un 60% degli intervistati).

Le domande, quindi, sorgono spontanee: cosa fare se ci si trova coinvolti in casi come questi? E come si manifesta il bullismo sul posto di lavoro?
Secondo gli psicologi ci sono diverse forme di bullismo “da ufficio”, che possono andare dall’aggressione verbale (improperi gratuiti e ingiustificati), alle vere e proprie calunnie atte a sminuire e screditare l’interessato, finendo, talvolta alla messa in atto di azioni vandaliche alle proprietà del povero soggetto preso di mira. Da qui all’emarginazione vera e propria è un attimo.

Ad azione corrisponde una reazione, ed è inevitabile e diretta conseguenza che, davanti a comportamenti di questo tipo, le vittime subiscano devastanti effetti non solo sul rendimento lavorativo ma anche e soprattutto sulla salute psico-fisica. Non è raro, dunque, trovarsi alle prese, oltre che con aguzzini, con stati di ansia, rabbia repressa e frustrazione che conducono a una sempre maggiore ricerca dell’isolamento dal resto del gruppo. Gastriti, ulcere e patologie infiammatorie di varia natura, giungono a corollario dello stato già difficile in cui l’individuo versa.

Come comportarsi?
Semplice a dirsi piuttosto che a farsi, ma di sicura utilità è riuscire a mantenere i proverbiali “calma e sangue freddo”. D’altra parte, è facile immaginare come, perdendo il controllo, non si faccia altro che peggiorare la situazione. Keep calm, quindi, e una delle prime cose da fare è parlarne. Parlare con qualcuno di cui ci si fida, aiuta a fare quadro della situazione e, con l’ausilio del punto di vista di chi è “al di fuori”, si può elaborare una strategia risolutiva, oltre che alleviare lo stress represso. Entrano poi in gioco, e DEVE essere così, gli esperti del campo: terapeuti che possono indirizzarci verso soluzioni adeguate e dare un sostegno valido e pratico. Se le persecuzioni si fanno insistenti e pesanti, è buona regola parlarne con il responsabile delle risorse umane presente in azienda, e pensare (nei casi più gravi) anche alla consulenza legale di un professionista specializzato nel campo del diritto del lavoro.

Per quanto questo possa essere difficile a volte, sarebbe meglio evitare al minimo indispensabile i contatti con il bullo in questione, così come sono sconsigliati, anche se può sembrare scontato e banale dirlo, atteggiamenti come scenate isteriche o troppa arrendevolezza che potrebbero istigare il persecutore di turno ad azioni più fastidiose.

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